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L’altro lato della medaglia – un punto di vista sulla digital economy

Confronto, condivisione, contaminazione. E’ il manifesto dell’era 2.o, il motto che anima e giustifica l’azione dei giovani alla riscossa in un mondo in crisi. E quando i giovani alla riscossa hanno uno strumento di comunicazione potente per connettersi superando barriere geografiche e culturali, ecco che l’energia generata potrebbe davvero cambiare il mondo. E’ stato il sogno di tutti, quello che è mancato nelle grandi rivoluzioni degli anni passati.

Basta frequentare il mondo della digital economy per respirare questa energia e vederla luccicare negli occhi di chi ha trovato nel web un terreno su cui costruire il proprio futuro.

Nel web c’è spazio per chiunque, un mondo virtuale che ci vede tutti uguali, diventando il terreno perfetto per coltivare i sogni. Ritorna alla mente il sogno americano, con i suoi valori di libertà, uguaglianza e meritocrazia che promettono una vita migliore a chiunque sia in grado di guadagnarsela.
Vivo in una città provinciale, a tutti nota per la profonda spinta all’imprenditoria che ne ha fatto la fortuna economica ed il principale motivo di vanto nel mondo.

Opero in un’economia, quella italiana, che paga oggi il prezzo di una mancanza di visone imprenditoriale vera che viene dal passato. Imprenditori del fare che hanno saputo innovare e generare ricchezza nel breve periodo, ma non costruire imprese in grado di dare continuità agli sforzi profusi con tanta passione. Osservo nelle nostre aziende una mancanza di professionalità a tutti i livelli ed una ostinata e continua ricerca di guadagni facili e di breve periodo.

Prendo consapevolezza, insieme ai giovani, che troppo spesso le regole del gioco nel mondo della old economy non nascono da sani ed onesti principi di competitività su un mercato globale, bensì da interessi personali che considero del tutto inadeguati all’economia di oggi.

Con i giovani guardo affascinata al mondo della digital economy, dove le regole sono ancora tutte da costruire e dove non regnano i modelli mentali che sono stati causa di successo e allo stesso tempo di fallimento della old economy. Cada ogni barriera eretta in nome del controllo e poi tramutata in ostacolo al fluire di attività necessario al successo di ogni business. Si aprano le porte delle aziende e possano unirsi le competenze di molti piccoli per creare qualcosa di unico e più grande. Solo così possiamo pensare di competere a livello internazionale, alimentando il flusso di idee che è alla base di ogni innovazione.

Confronto, condivisione, contaminazione: tutto ciò che è mancato alla old economy. E allora all’imprenditoria giovanile si associano modelli di convivenza e di supporto economico che investe sulle idee e sulla capacità di realizzare quel sogno che oggi è alla portata di tutti. Si chiamano startupper e sono animati dalla più sana voglia di diventare famosi.

Il mondo delle web start up è carico di passione e divertimento, è un mondo contro come spesso contro sono i giovani, ma non è un mondo di soli giovani. Oggi rappresenta un modo di essere ed uno stile di vita e per questo vede protagonisti attori di tutte le età. Un elisir di lunga vita alimentato dal sogno di un’idea realizzata. Un mondo che si regge sul valore delle idee e sulla capacità di realizzarle. Un mondo che, tuttavia, non sembra sviluppare una reale cultura dell’innovazione come processo sistematico di generazione di valore per un target di mercato.
Vedo tanto networking, ma una carenza profonda di idee e, di nuovo, di capacità di fare innovazione sostenibile.
Vedo un confronto forzato che rischia di giustificare azioni poco etiche in nome di una competizione nascosta più forte che mai.

Fioriscono i co-working space, luoghi fisici in cui giovani professionisti e startupper possono trovare una scrivania in affitto e la possibilità di un continuo confronto con chi come loro è alla ricerca del sogno. Spazi di tutti, come lo è il web, in cui tutto è lecito, tutto è ammesso in nome dei più sani principi comunitari. Fucine di idee e di start up che forse un giorno saranno aziende di qualcuno, e non necessariamente del proprietario dell’idea.

Crescono così i talenti digitali, favoriti da un ecosistema che stimola idee ma non insegna come realizzarne un business. Un ecosistema volutamente lontano dalla dura realtà delle imprese mature, che oggi pagano l’errore di non aver saputo attivare un reale processo di innovazione.
Nulla dell’ecosistema mi fa pensare che l’errore non sarà ripetuto. E alla domanda: “quanto vale un’idea?”, rispondo: “poco per chi non sa realizzarla, molto per chi non ha idee”. Senza idea non c’è impresa. Senza modello di business, nemmeno. Senza capacità di gestire un’impresa…di che cosa stiamo parlando?

E allora mi chiedo se l’ecosistema delle start up sarà in grado di alimentare l’entusiasmo dei giovani in tutte queste fasi o si limiterà a sfruttarne il potenziale di generazione delle idee per consentire ai furboni della old economy di continuare a fare impresa “alla vecchi maniera” e con le idee degli altri.

di Sara Baroni

ripreso sul Corriere della Sera del 7 maggio 2013, sezione Brescia, p. 9


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